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Raimondo
Cardelli nasce a Marsiglia nel 1938,
vive e lavora a Lucca. L’artista, autodidatta,
ha incominciato ad esporre nel 1968. Un sipario
che si apre su una magnifica, personalissima rappresentazione:
non dramma certo, ma vita; questa l’opera
del Cardelli che propone ad una immensa platea un
tema antico e carico di valori: l’antenato,
la madre, la figlia; insomma, il passare di generazioni
che lasciano la loro impronta nei luoghi che li
hanno visti nascere, crescere, vivere. Questa natura
arricchita da mano umana, vegeta, esplode in tutto
il suo splendore rendendo partecipe colui che verrà
delle immense ricchezze che l’antenato ha
lasciato. E’ questo uno spettacolo che avvince
lo spettatore, che può farlo vagheggiare,
intenerire, entusiasmare. |
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Carmelo
Consoli è nato nel 1940 da
genitori siciliani. Fin da giovanissimo ha dimostrato
una profonda passione per l’arte tanto che
già nel 1958 fa le prime apparizioni in pubblico,
nello scenario suggestivo e stimolante della Fiera
di Via Margutta. Ha effettuato studi umanistici
ed artistici, proseguendo poi lo studio della figura
con L. Ciavatta e perfezionandosi in pittura presso
l'Accademia Spagnola a Roma. Nel 1966 Consoli è
invitato a Parigi quale rappresentante dei pittori
romani. Qui si ferma per un lungo periodo di studio.
Dal 1967 inizia a soggiornare in varie località
dell’Italia meridionale (Calabria, Puglia,
Sicilia e Sardegna) dove, soggiogato ed affascinato
dai colori e dalla bellezza dei luoghi, dipinge
con foga, mantenendo fede all’intima esigenza
del contatto diretto con la natura. Numerose mostre
e rassegne sanciscono la sua definitiva affermazione.
Nel 1971 rientra a Roma, dove prosegue la sua attività
con sempre crescente successo, fino al 1976, quando
si stabilisce definitivamente in Umbria, alle porte
di Perugia, tra le dolci colline che circondano
Pila.
Quasi cinquant'anni di severa e colta attività
artistica: oltre duecento personali, partecipazioni
a collettive e a concorsi, innumerevoli premi e
riconoscimenti critici.
Perno fondamentale della vena creativa del pittore
è il paesaggio: angoli urbani molto spesso
nascosti ed appartati, borghi medievali fascinosamente
arroccati su un poggio, brani di paesaggio dominati
da dolci declivi collinari o dal silenzio intenso
di una riva lacustre, vibranti marine illuminate
dal sole, grandiose montagne alpine incombenti nella
loro aspra immensità. La luce costituisce
una delle qualità migliori dei paesaggi di
Consoli, sinonimo di quella pienezza vitale della
quale egli è incessantemente alla ricerca. |
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Lucio
Diodati
nasce a Popoli nel 1955. Segue prima studi scientifici
e poi corsi di scenografia all’Accademia di
Belle Arti de L’Aquila. Comincia ad esporre
nel 1999 nella galleria di Gennaro Fiume a Roma.
In seguito, realizza diverse personali e partecipa
a numerose mostre nazionali ed internazionali (Inghilterra,
Scozia, Austria, Norvegia, USA, Argentina ecc.)
tra cui “Dalla donna di Fellini alle donne
di Diodati” e I colori di Arlecchino”.
Di lui dice Sgarbi: « I paesaggi umani di
Lucio Diodati rivelano radici profonde nelle correnti
artistiche della prima metà dello scorso
secolo. Il suo modo di narrare e trasfigurare la
figura umana parla il linguaggio di riferimento
del tardo espressionismo, quantomeno dove egli si
esprime con accenni di ironia critica, e forse persino
di divertimento, nella trasmutazione delle figure
rappresentate. (...)
Superando il realismo sociale, che nel ventennio
dagli anni Cinquanta ai Settanta faceva il contropelo
al perbenismo della borghesia, egli immette i suoi
personaggi in una scenografia neutrale. Le sue figure
sembrano condividere un rituale collettivo, ma fra
di loro non dialogano, non si guardano mai in faccia,
tutt'al più mettono in mostra, una di fianco
all'altra, la loro personale mascheratura che rivela
un'appartenenza sociale, se non l'essenza nascosta
di una psicologia che si limita a prendere atto
dell'esistere, senza turbamenti.
O forse queste figure sono solo attente a dare di
sé un'immagine liscia e composta di sicurezza.
(…) Sono borghesi asettici dal lungo collo
teso in atteggiamento di ascolto curioso, garbati
carabinieri un poco guardinghi, cappellini bizzarri
che la dicono lunga sulle riflessioni delle signore
che li indossano, giovani scollature un poco azzardate
di una femminilità esibita con una garbata
innocenza. La qualità della pittura gioca
su tagli volutamente atonali, ma ad un esame più
approfondito si possono cogliere i toni, i controtoni,
le ombre di contrasto e la vivacità del taglio
coloristico che caratterizza la struttura sostanzialmente
scenografica dell'insieme, sempre illuminato da
una luce diretto e solare. Lucio Diodati tende a
occupare lo spazio della tela con la pienezza delle
volumetrie cromatiche, che delineano sinteticamente
i corpi in tasselli geometrici di taglio quasi cubista.» |
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Athos
Faccincani. Nato a Peschiera del
Garda il 29 gennaio 1951, Athos Faccincani frequenta
le prime scuole tecniche negli anni 1963-64. Tra
il 1967 ed il 1969 frequenta lo studio di Pio Semeghini
e poi, a Venezia, gli studi di Novati, Gamba, Seibezzi.
Sempre in questo periodo ha modo di conoscere a
Brescia Ottorino Garosio e Angelo Fiessi. Nel 1970,
terminati gli studi, si dedica alla pittura ed all'equitazione
con il supporto dall'amico Nantas Salvalaggio. Proprio
in questa sua fase pittorica cerca di avvicinarsi
agli emarginati ed ai carcerati, creando una produzione
tematica. Questo studio culmina con lo sviluppo
di dipinti sulla "Follia delle attese",
di cui particolare intensità assunse il "Ciclo
della Resistenza", premiato dall'allora presidente
della repubblica italiana Sandro Pertini. Nel 1980,
dopo un percorso ricco di avvenimenti artistici
e letterari inizia un periodo di rigenerazione interiore,
di ricostruzione, col passaggio in breve tempo dalla
figura al paesaggio. L’attenzione è
rivolta inesorabilmente alla natura che Faccincani
ama nella sua sacra totalità, diventando
suo unico modello. Vi è un mutamento radicale
del suo atteggiamento esistenziale e stilistico
passando alla produzione di immagini di chiara derivazione
impressionista, dai colori puri e accesi, tesi alle
motivazioni culturali del XXI sec.: la luce, il
sole ed il racconto semplice. E’ una pittura
testimone di gioia e di serenità, nel contesto
del recupero del figurativo e dei valori interiori.
Oggi le sue opere sono presenti nella maggior parte
delle collezioni d'arte d'Italia ed in alcuni musei
europei, anche in seguito alla mostra tenutasi al
parlamento europeo di Strasburgo nel 2005. |
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Giuseppe
Giorgi nasce nel 1950 a Borbona,
un piccolo paese appenninico del reatino; nel '54
la sua famiglia si trasferisce a Roma, dove da allora
abita e lavora, mantenendo comunque uno stretto
legame con i luoghi d'origine.
Durante gli anni del liceo due figure conquistano
l'attenzione del giovane: Sestilio Piccari, insegnante
di disegno, e lo scultore Franco Verroca, che lo
avvia allo studio della figura e alla conoscenza
dei materiali e delle tecniche plastiche. Per quanto
riguarda il senso spaziale e costruttivo saranno
determinanti i cinque anni (1969 - 1974) di studi
di architettura. A Roma insieme ad altri artisti
del gruppo "Il collettivo ", espone in
varie gallerie (1969) opere che affrontano la problematica
sociale e politica che va sviluppandosi in quegli
anni. A Roma, la Galleria della Barcaccia, nel 1974,
allestisce una mostra dell'artista e pubblica una
monografia curata da Franco Miele, che gli riconosce
"doti di naturale spontaneità nel trattare
le diverse tematiche che eludono enfatiche citazioni,
anche laddove si sofferma maggiormente sulla minuzia
del particolare senza giungere a superflui virtuosismi".
E' determinante nel '79 un viaggio di studio a Parigi,
dove ammira le opere dei grandi maestri impressionisti:
nascono gli "Omaggio a Monet", "Ninfee"
e "Riflessi sull'acqua". Alcune di queste
opere, insieme ad altre che rappresentano malinconiche
fanciulle con elementi di chiaro riferimento floreale,
saranno presenti nella mostra Expo Art di New York
(1981). Cesare Vivaldi rintraccia nella pittura
di Giorgi "una tradizione chiaramente italiana
... in Fattori e nei Macchiaioli anche se aperta
alle influenze europee ... di uno Steinlen o dei
maestri Liberty". Negli anni Ottanta svolge
un'intensa attività espositiva in Italia
e all’estero. Con la mostra "Dai Giardini"
fanno le prime apparizioni serre, edifici classici,
ville venete, soggetti sapientemente indagati ed
immersi in impalpabili atmosfere, stagioni senza
tempo, autunni o primavere cui attingono le vie
dei solitari silenzi, delle meditazioni accorate.
Ancora personali e rassegne in varie città
d'Italia si susseguono dal 1991, tra le quali va
segnalata "L'Aquila. Immagine e memoria":
l'artista nell'interpretazione dei luoghi e delle
atmosfere cittadine più suggestive, accentua
i valori cromatici e le scansioni spaziali del dipinto,
ottenendo un'immagine intensa ed espressiva, più
pittorica che realistica. |
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Sergio
Lombardino. Figlio di antiquari
galleristi romani, Sergio Lombardino nasce e cresce
nel cuore di Roma, a Campo de Fiori.
Comincia a dipingere all'età di dodici anni
e si diploma presso l'Istituto Statale d'Arte e
alla Scuola d'Arti Ornamentali del comune di Roma
nel corso di pittura e affresco. Frequenta il mondo
del network televisivo e inizia a creare scenografie
per le TV locali fino a diventare regista per l'emittente
La7. Coniuga oggi il mestiere di regista e quello
di pittore, cosa che gli permette di comunicare
e confrontarsi continuamente con il mondo che lo
circonda.
Con tratti incisivi e forti pennellate, con l'applicazione
di tecniche miste, resine, smalto ad acqua, gommalacca,
colle, collage e cartoncino, l'artista racconta
la società di un tempo passato, le sue tele
descrivono immagini, leggende, istanti di memorie
lontane che tornano intense nella nostra mente.
Il messaggio di questo pittore è stato apprezzato
anche dall'Editoria d'Arte Emilio Modric che ha
inventato una linea di prodotti per ragazzi distribuita
in tutta Italia, oggetti che riproducono immagini
tratte dalle opere più importanti e rappresentative
di Sergio Lombardino.
Piero Chiambretti scrive di lui: "La forza
dell'artista sta nel saper scegliere soggetti emotivi,
forti, espressivi, carichi di valori antichi addormentati
nella nostra memoria. Il tratto inconfondibile di
Lombardino li risveglia;(...) Di molti si dice:
"O piace, o non piace, spacca il gusto",
a Sergio Lombardino questo non può succedere:
il suo stile apparentemente semplice racchiude più
chiavi di gusto di cui si può fare indigestione." |
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Salvatore
Magazzini è nato il 28 Febbraio
1955 a Pistoia, dove vive e lavora. Espone dal 1969
ed è presente in importanti collezioni estere:
Svizzera, Francia, Stati Uniti, Germania, Giappone
e Marocco, Colombia. Salvatore Magazzini con la
sua pittura forte ed evocativa segue un suo percorso
di luce e di colori in cui la ricerca si basa sull’istintuale
percezione della realtà, che si semplifica
e si essenzializza nello scorrere veloce attraverso
il filtro della memoria. L’artista si accosta
con intensa passionalità al dato naturale,
in cui trasferisce la propria interiorità,
ponendola in simbiosi con quella delle cose, degli
ambienti che ritrae. L’operazione tende a
trasfigurare le immagini, che tuttavia conservano,
anzi esaltano il loro fascino, i loro umori, la
loro essenza più intima, l’atmosfera
misteriosa e magica che le pervade. Inconfondibili
i suoi paesaggi toscani o nordafricani, costruiti
magistralmente con larghi passaggi orizzontali di
colori che si incontrano e si scontrano, che vibrano
di una luce irruenta, densa di solarità mediterranee
o di visioni drammatiche dettate da un modo di sentire
profondo e sofferto. L’impatto emotivo provocato
da quei luoghi, dove la forza della natura fa eco
alla potenza delle architetture, da vita a composizioni
di grande suggestione, nelle quali l’urgenza
di esprimersi e l’immediatezza del gesto si
misurano sempre con la necessità di un impianto
compositivo capace di definire le forme e di scandire
il ritmo interno della vita, in un susseguirsi continuo
di sensazioni improvvise e di pacati respiri.
Un percorso di luce e di colori, di concretezza
e di astrazione, di memoria e di fantasia che ci
coinvolge e ci fa riflettere. |
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Enrico
Manera è un artista romano,
formatosi negli anni ‘70 alla cosiddetta “Scuola
di Piazza del Popolo” della quale i maggiori
esponenti furono Mario Schifano, Franco Angeli,
Tano Festa.
Nonostante la differenza d’età con
il maestro Schifano, tra i due ci fu una grande
intesa e collaborazione ed anche uno scambio di
ritratti. Manera ha un temperamento onnivoro, tutto
ciò che vede mischia, contamina, metabolizza,
il tutto reso in un turbinio di colori e con una
personale rielaborazione. La prima uscita nelle
arti visive è del 1975 dove presenta delle
sculture astratte, ma è in occasione della
mostra, che si tiene nel 1977 in compagnia di Schifano,
Testa, Accardi ed altri, che la critica comincia
ad interessarsi al suo lavoro; fino ad arrivare
negli Stati Uniti nel 1980 dove esporrà a
più riprese e dove aprirà un suo studio
a San Francisco. L’artista ha cavalcato e
utilizzato il filone del “Pop italiano”,
pur avendo sempre rifiutato questa definizione,
ed essendo il più giovane tra gli artisti
di questa corrente, si sente ultimo erede della
materia, del colore, del “non finito”,
pur sempre distanziandosi con una punta di ironia.
Anche se talvolta si è occupato di manifestare,
attraverso la sua opera, contro temi importanti
quale, ad esempio, la pena di morte: infatti, nel
1993 ha realizzato il ciclo della “Sedia elettrica”
con il quale la freccia ha raggiunto il bersaglio,
arrivando nelle capitali di mezza Europa fino al
parlamento europeo di Bruxelles. Manera è
un artista di oggi, specchio della nostra società
e precorritore dei tempi futuri, comprende che è
superfluo aggiungere altre immagini e le riproduce
dando una comunicazione immediata attraverso l’utilizzo
di colori, di personaggi fantastici, di macchine,
di bandiere, con applicazioni di elementi luminosi,
quali neon e leds di forte impatto per chi li osserva. |
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Francesco
Musante nasce a Genova nel 1950.
Si è diplomato presso il Liceo Artistico
Statale Accademica Albertina di Belle Arti di Torino
sezione staccata di Genova, ha frequentato la sezione
di scultura dell’Accademia Linguistica di
Genova e la sezione pittura dell’Accademia
di Belle Arti di Carrara. Nel 1968 partecipa al
primo concorso di pittura ed inizia ad esporre in
mostre collettive e premi. Dal 1971 inizia la professione
di pittore a tempo pieno e nel 1973 tiene la prima
esposizione personale a La Spezia. Dal 1971 ad oggi
Musante ha inaugurato circa cinquanta mostre personali,
sia in Italia che all’estero. Francesco Musante
è un pittore che si esprime attraverso le
immagini. Dalle sue opere risaltano innanzitutto
la decisa coerenza e consequenzialità del
suo procedere e subito dopo il trovarsi perfettamente
a suo agio in questa linea della contemporaneità.
L’opera di Musante è al centro di un
quadrilatero ai cui vertici porre i nomi di Depero,
Chagall, Klee, Dubuffet. Di Depero ha colto l’aspetto
iperdecorativo, illustrativo insito nella sua accezione
di Futurismo (quello dei maturi anni Trenta), una
necessità di comunicazione immediata. Da
Chagall invece ha fatto derivare tutto l’aspetto
più favolistico di una pittura popolare molto
colta, che ama raccontare e raccontarsi. E se di
Klee Musante coglie la grafia, il segno sintetico,
talora criptico e orientalizzante, è con
Dubuffet che scopriamo interessanti paralleli; infatti
egli ricerca una dimensione pittorica che sappia
rendere un forte valore simbolico, immediato, persino
ingenuo, semplice come la potrebbe fare un bambino,
un pazzo, narrativa, teatrale, un lavoro ciclico
e seriale con personaggi e luoghi attraverso cui
creare familiarità al pubblico. Anche Musante
lavora per cicli, organizza storie in episodi ed
esprime la sua arte allo stesso modo di Dubuffet. |
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Leo
Nisi, nato a Bari nel 1958, opera
da diversi anni partecipando ad importanti rassegne
nazionali ed internazionali (premio Primavera, Foggia,
premio Cupa Marittima; premio Internazionale “Città
di Forlì”; premio nazionale “Mola
Marearte”, ecc.) nonché a numerose
colllettive. Dal 1975 ha tenuto mostre personali
a Bari, Milano, Torino, Bologna, Sabaudia, ecc.
Le sue opere fanno parte di numerose collezioni
pubbliche e private sia in Italia che all’estero.
Leo Nisi è considerato uno dei maggiori esponenti
dell’arte pugliese e più specificatamente
della corrente del “nuovo impressionismo”
per la particolare tecnica utilizzata e la personale
poetica espressiva tesa a rivisitare sulle onde
della memoria la sua Puglia, con il suo singolare
paesaggio, sia agreste che marino. Un paesaggio
decisamente mediterraneo, dominato da una ridda
di casette bianche ricoperte di candida calce, abbarbicate
su un colle e strette le une alle altre per non
cadere, illuminate da una rassicurante luna, che
ne accentua il nitore.
Paesaggi sullo sfondo e in primo piano quasi sempre
un oggetto domestico che affiora prepotentemente
dalla memoria: il macinino del caffè, la
macchina per cucire della nonna, il vecchio lampione.
E poi la ruota del traino, il torchio del frantoio,
il tino da cui sembra quasi di avvertire l’odore
del mosto. E’ come andare indietro nel tempo,
alla ricerca del valore sentimentale e allegorico
di quegli oggetti, che si fanno portavoce di un
lessico familiare ormai perduto. Su questa vena
malinconica, però sovrastano la gioiosità,
l’incanto, la passione che derivano dai colori
tipici del Mediterraneo in tutte le loro varianti,
dalla presenza rassicurante della luna, che sembra
illuminare il cammino del viandante, e dalle pennellate
dense, pastose e sensuali, che mai compromettono
la forma. Insomma dalle tele di Leo Nisi traspaiono
fiducia e ottimismo, poesia e bellezza.
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Pino
Pascali. L'11 settembre del 1968
moriva a Roma, tragicamente e prematuramente, Pino
Pascali, forse l'artista pugliese più grande,
certamente il più celebre a livello internazionale
di tutto il Novecento. Pascali aveva solo 33 anni.
Era nato a Bari da genitori di Polignano a Mare
il 19 ottobre del 1935. Dopo la tragica fine (fu
investito da un'auto mentre correva in moto) la
sua salma fu inumata nel piccolo cimitero del suo
paese di origine.
La carriere artistica di Pascali è breve
e folgorante. Si era diplomato all'Accademia di
Belle Arti di Roma nel 1959 e aveva cominciato subito
a farsi notare come scenografo. Aveva eseguito bozzetti,
disegni e "corti" per "Carosello"
e altre trasmissioni tv, oltre che disegni e plastici
di velieri, treni, corazze. Per suo conto sperimentava
intensamente. Nel 1965 aveva tenuto la sua prima
personale a Roma nella prestigiosa galleria "La
Tartaruga". In soli tre anni si era imposto
all'attenzione dei maggior critici d'arte italiani
(Vivaldi, Calvesi, Grandi, Rubiu, Boatto, Bucarelli,
De Marchis) e di galleristi d'avanguardia, come
Sargentini, Sperone, Iolas (che lo presentò
nel 1968 a Parigi). Proprio nell'estate del 1968
aveva partecipato su invito alla XXXIV Biennale
di Venezia con una sala personale. Era la sua consacrazione:
dopo la sua scomparsa, a mostra ancora aperta, gli
fu conferito il Premio internazionale per la Scultura.
Scultore, scenografo, performer, Pascali coniuga
in modo geniale e creativo forme primarie e mitiche
della cultura e della natura mediterranee (la Grande
Madre e Venere, il Mare, la Terra, i Campi, gli
attrezzi e i riti agricoli) con le forme infantili
del Gioco e dell'Avventura (animali della preistoria,
dello zoo e del mare, giocattoli di guerra, il mondo
di Tarzan e della giungla, bruchi e bachi, travestimenti,
Pulcinella). Traduce questo mondo dell'immaginario
in forme monumentali e strutture essenziali, concise,
ma che nel contempo rimandano alle icone della dilagante
cultura di massa (il fumetto, il cinema, la moda);
realizza le sue "false sculture" con materiali
fragili ed effimeri (tela, legno, lana d'acciaio,
pelo acrilico, paglia, raffia). In questo modo dà
una sua originale risposta critica (italiana e meridionale)
alle nuove tendenze che venivano dall'America come
la Pop Art e la Minimal Art, precorrendo l'Arte
Povera, la Body Art e l'arte concettuale degli anni
Settanta. |
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Lauro
Potenza, nato a Teramo nel 1957,
dopo il liceo artistico concluso nella città
natale, si trasferisce negli USA alla fine degli
anni '70. Qui completa gli studi frequentando corsi
accademici alla "Rhode Island School of Design"
di Providence dove affina le tecniche pittoriche
più in uso ed in particolare quella dell'
olio, che diventa il carattere tipico della sua
opera pittorica. Tornato in Italia è a Napoli
dove frequenta artisti dell’ultima generazione
della "transavanguardia". Agli inizi degli
anni '90 è di nuovo in Abruzzo dove segue
un seminario-laboratorio di arti plastiche in collaborazione
del "MUSPAC" (Museo sperimentale di arti
contemporanee) della città de L'Aquila, presenziato
da Bernard Rudiger (Rudiger è anche presente
a New York nel contesto Minimaglia invitato da Achille
Bonito Oliva). Attualmente, come espressione del
suo pluralismo artistico, causato da tale nomadismo
culturale (che comporta sempre un intreccio ed un
gusto per l'eclettico e la contaminazione), si è
accostato anche alla ceramica che realizza rielaborando
la secolare tradizione abruzzese di Castelli. La
sua attività artistica è inserita
dal 1999 negli archivi della Quadriennale di Roma.
Partecipa costantemente a concorsi e manifestazioni
d'arte sia in Italia che all' estero ed i suoi lavori
sono richiesti da un collezionismo colto e raffinato
in Italia e negli Stati Uniti. Vive e lavora in
provincia di Teramo. La pittura di Lauro Potenza
privilegia un uso consapevole del colore e del disegno,
piegati ad esprimere con humour seppur variamente
declinato, la propria visione del mondo, un mondo
onirico e simbolico fatto di poetici ritmi felliniani
che si snodano in storie appena suggerite da personaggi
incuranti dei valori dell’apparire e dei ritmi
della società multimediale. |
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Francesco
Toraldo nasce nel 1960 a Catanzaro.
Nel ’74 si iscrive al liceo artistico di Catanzaro
ma frequenta un solo anno. Il giovane Toraldo apprende
le regole fondamentali della pittura e del colore
nello studio di suo padre, anch’egli pittore,
ma di un genere romantico dal quale l’artista,
con il tempo, si distanzierà. Negli anni
Ottanta espone a Genova, Roma e Lecce e nel 1987
si trasferisce in Sicilia dove inizia una nuova
parentesi artistica. Nel ’94, grazie ad una
sua opera riceve uno dei premi della città
di Vittoria (Rg), nel ’96 gli viene commissionata
la realizzazione di un’opera parietale nella
chiesa Maria Immacolata di Pedara (Ct). Dal 2000
al 2003 le gallerie di Calcagno di Catania gli organizzano
personali in Italia, Francia e Svizzera. Dentro
le tele di Toraldo scorrono i flussi più
vitali della pittura del Novecento. Se i blu smaltati,
i rossi profondi, le lame di giallo sono figli di
Van Gogh e della sensibilità dei Fauve, i
ciclisti in corsa verso il traguardo con le ruote
che si accavallano e si sovrappongono non possono
non far pensare agli studi sul movimento dei Futuristi,
in particolare di Balla. Nel leggere i visi leggermente
deformati dei soggetti delle sue tele, non si può
prescindere dalla lezione espressionista; i colpi
di spatola, i graffi, il gesto che si rivela a tratti
preponderante sul soggetto, condividono l’approccio
emotivo dell’informale.
I temi principali dei suoi dipinti sono le raffigurazioni
di vele sospinte dal vento, di suonatori di jazz,
di corpi femminili nudi. Essi hanno l’essenzialità
e l’immediatezza segnica di una pittura che
sembra nascere direttamente dal colore, senza la
necessità di un disegno preparatorio.
Tutta l’arte di Toraldo è musica, non
solo le tele raffiguranti i jazzisti; è musica
anche l’affannarsi dei ciclisti sull’ultimo
rettilineo in vista del traguardo, oppure la corsa
sfrenata dei cavalieri in sella ai loro animali
ansanti, dove si sente l’emozionante tensione
di un crescendo. Sono musica le regate, vele gonfie
di vento, uomini che si aggrappano per restare in
piedi sotto i colpi delle onde furiose. E’
musica il pathos più trattenuto, più
calibrato, che si legge nelle scene di corrida o
nell’allacciarsi dei ballerini di tango in
un languido canto di violini. Infine i nudi, di
una sensualità suggerita e sotterranea, il
cui abbandonarsi pare sottolineato da una melodia
discreta suonata da un pianoforte. |
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Mohamed
Wandavi, nato a Karkuk in Kourdistan
(Iraq) nel 1945, artista di levatura europea, cittadino
svedese, opera alternativamente in Italia e in Svezia.
E’ stato allievo a Roma dei Maestri Gentilini
e Fazzini e, a Stoccolma, del Maestro Pio Ultvat.
Dalle sue opere traspare una cultura variegata di
cui è pregno, che spazia dalle antiche cabale
egiziane, alla mitologia greca, alle religioni orientali,
all'Islam, all'ebraismo; al cristianesimo, al buio
medioevale, all'Inquisizione, e ai miti nordici;
cultura che trasferisce nelle sue opere con vivaci
colori. Ha lavorato come insegnante d'arte e come
decoratore al teatro Royale Svedese di Stoccolma.
Risulta immediatamente affascinante la varietà
di colori che Wandavi riesce a concertare in modo
sapiente per zone di intensa vibrazione emotiva,
con una grafia descrittiva che si carica di simbolismo
energico grazie ad un gioco luministico arricchito
dalla materia granulosa.L’impulso di evidente
matrice espressionista si decanta raggiungendo gli
strati della memoria profonda e riemerge ricco di
riferimenti e di sapienza visiva che si appropria
della vivace decorazione simbolistica ed esoterica
della sua cultura di origine (le grafie, i ritmi
segnici e iconografici, l’intensità
dei campi di colore).
Volti di donna soprattutto, e poi volti di uomo,
colombe, cavalli templi, composizioni a forma di
icona classica sono gli elementi più frequenti
della rappresentazione di Wandavi. |
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